Standard Ufficiale del cavallo berbero

Formato: medio
Proporzione: medio-linea
Profilo: convesso, leggermente arcato
Crini: abbondanti e spessi
Mantello: grigio, baio, sauro
Taglia: media 1,55 m
Lunghezza scapulo-ischiale: sensibilmente uguale alla taglia
Indice corporale: cavallo squadrato
Stinchi: 18 cm

TESTA abbastanza forte, ganascia forte, narici schiacciate; ORECCHIE piuttosto corte; OCCHIO un poco coperto, arcate modeste; Incollatura ben attaccata, arcata, spessa e corta; Garrese buono edificato, fortemente contrassegnato ; SPALLA ben messa; Petto alto e largo; DORSO teso e tagliente; LOMBI brevi, potenti, talvolta arcuati; GROPPA a leggio; CODA attaccata bassa ; NATICHE tagliate “di netto", muscolose; COSCE secche, piatte; GARRETTI bassi, larghi, secchi, talvolta a gomito, chiusi; PIEDI secchi e piccoli.

LA STORIA DEL CAVALLO BERBERO


La parola Sahara, che in arabo vuol dire “vuoto" ha anche il significato “verità". Ma il Sahara non é solamente quella piatta distesa che queste parole possono evocare, in quanto un’incredibile ricchezza di forme e di colori , di vita e di storia si nascondono all’interno di questo sorprendente “non-essere"

La corsa del berbero comincia nel cuore di questo deserto, l? dove dei guerrieri dell’epoca neolitica hanno lasciato, tra le diverse rappresentazioni parietali, l’immagine di un cavallo al “galoppo volante" e questo per sempre.




Fu questo stesso cavallo a segnare il destino di Cartagine, a partire dalla sua fondazione. Secondo la leggenda, Didone edificò Quart Haddash, la sua “nuova città", là dove trovò la testa di un cavallo, per i Fenici animale simbolo di forza e di potenza. Questa eredità punica si ritrova oggi raffigurata nelle monete cartaginesi dove il cavallo vi é raffigurato al trotto, al galoppo, caracollante, fermo, sovente associato alla palma da dattero.

La cavalleria numida equipaggiata di questi piccoli cavalli berberi rappresentava il nerbo dell’armata cartaginesi. Tito Livio ci tramanda che: "montano a cavallo senza morso né gualdrappa, le loro cavalcature dall’incollatura distesa e la testa in avanti" e quindi in un atteggiamento “naturale" I Numidi utilizzavano un collare, e si servivano della voce, per guidare i loro cavalli, con dolcezza.


All’epoca i cui la Tunisia era una provincia romana, il berbero assurge quasi al ruolo di una divinità acclamata da una folla in delirio, durante le corse dei carri che si disputano nel fastoso ippodromo di Cartagine.



Gli autori classici narrano le prodezze di questi corsieri, noti il tutto il Mediterraneo per la loro particolare velocit? Questi cavalli infiammavano il cuore dei “supporter?delle quattro fazioni , nelle quali erano raggruppati gli aurighi. Immortalati in sontuosi mosaici, i corsieri berberi mostrano ancora oggi tutto il loro fascino attraverso questo patrimonio artistico che abbiamo ereditato dal passato.




"Il cavallo africano non conosce l’orzo, mangia dell’erba e beve raramente" narra Appiano. Il temperamento insensibile alla fatica del berbero é dunque il prodotto di questa sobrietà, la stessa che contribuì al successo di Takik Ibn Ziyad, nel 711 dell’era cristiana, quando alla testa dei suoi cavalieri Zeneti, una tribù berbera, s’impadronì dell’Andalusia. La tecnica di combattimento zeneta, costituita da una successione di assalti e seguita da rapide ritirate, esigeva delle cavalcature dalle fermate brusche, dalle partenze immediate al galoppo, dalle girate strette. Questi cavalieri berberi, sulle loro staffe a staffili corti, profondamente calati nelle loro selle, finemente ricamate e arricchite da fili d’oro e d’argento, montavano dei cavalli berberi, rapidi e molto maneggevoli. Ai giorni nostri , il termine Jineta, questa tecnica di combattimento utilizzata dagli Iberici, sopravvive ancora nell’equitazione della tauromachia. Ma è durante il Rinascimento che vengono sempre più utilizzati i cavalli berberi, il cui equilibrio naturale gioca un ruolo fondamentale nei nuovi metodi di addestramento che si propagano in tutta Europa, a partire dalla Scuola di Napoli.

Se da un lato Enrico VIII, per migliorare le prestazioni dei suoi cavalli da corsa, introduce delle fattrici orientali nel suo allevamento di Eltham, dall’altro si deve a Pignatelli, di ritorno da un viaggio a Costantinopoli, e alla sua scuola se la gioventù aristocratica francese e tedesca si ritrova per imparare l’equitazione accademica, e questo in sella a dei cavalli berberi.

I libri di ippiatria in lingua araba sono numerosissimi, soprattutto a partire da quello di Abou-Bekr-Ibn-Bedr (dedicato al Sultano d’Egitto El Nacer,nel XIV?sec., nel quale il “Salto del Caid" anticipa la “courbette à l’ancienne" con una proliferazione di manuali sull’arte di addestrare il cavallo, che diventano parte integrante della pratica equestre. Nel libro “Le Manège Royal" l’autore Antoine de Pluvinel descrive Barbe Bay, il cavallo che ha offerto al Delfino di Francia, il futuro re Luigi XIII, come "il meglio addestrato delle cristianità" ed il paragone certo di tutti i cavalli da maneggio del mondo tanto per la sua bellezza, che per le sue andature perfette, di buona indole, giusto nel “terre à terre" come nella “courbette" ed é per questo motivo che si chiama Bonnitte? Anche il Duca di Newcastle, il celebre autore del “Nuovo Metodo e invenzione straordinaria per addestrare i cavalli", preferisce i berberi «per la morfologia, la forza, la sua indole piacevole e la sua docilità». Il berbero é un cavallo leggero, di piccola taglia, dal treno posteriore mobile, dall´incollatura corta e tarchiata ma alle innegabili qualità di apprendimento e di comprensione.

Se il sangue berbero, dal XI° secolo, cola a fiotti nelle vene dei cavalli inglesi da corsa e da riproduzione, un racconto di favola merita la sua notorietà quella di Sham, stallone baio, all´incollatura potente regalo del bey di Tunisi al giovane re Luigi XV. Dopo molte vicissitudini, questa barbero sarà ricomprato da Lord Godolphin, tesoriere del re d´Inghilterra. Utilizzato all’inizio come cicisbeo, produrrà Lath e tutta una discendenza straordinaria, come Matchem, Erode ed Eclipse. In due parole: il purosangue inglese.

Secondo l´emiro Abd-El-Kader, il cavallo "dei berberi", lungi dall´essere una degenerazione del cavallo arabo, al contrario gli sarebbe superiore. Il Generale Daumas, nel suo libro "I cavalli del Sahara", aggiunge: «la razza berbera ha potuto conservare tutte le qualità di eleganza, velocità e sobrietà che universalmente gli si riconosce" Questa razza equina delle steppe ed dell’atlante presahariano, esportata in tutto il mondo , contribu?in maniera eccellente alle prestazioni della Cavalleria Francese d’Africa ,cos?come alla sua ultima vittoria di guerra, il 29 settembre 1918 a Uskub. A questo proposito, il Generale Juinot-Gambetta scrisse: «I nostri cavalli berberi si mostrano ammirevoli per l’abilit?con la quale affrontano la terribile salita ? Infatti, per raggiungere questo nodo ferroviario dietro al fronte e impedire la ritirata del nemico, i cavalieri avevano dovuto attraversare un massiccio l?dove altri cavalli non avrebbero saputo venirne fuori : un’audace manovra!


Ed ? al Generale Juinot-Gambetta che il celebre cavaliere Beudant dedic?il suo libro "Equitazione di campagna ed Alta Scuola ".

Cavalcatura per eccellenza degli Spahis, che doveva molto della loro reputazione alla qualit?di questi cavalli, i berberi furono inoltre requisiti in Tunisia da Rommel , durante la seconda guerra mondiale, per essere poi utilizzati dall´esercito tedesco per arrivare alle porte di Mosca.

Numerosi sono infine quelli che conoscono la novella di R.Kipling " Gatto Maltese ", questo berbero portato nelle Indie, che toccava la palla da polo prima del suo cavaliere!