Rarey: paura e dolcezza, “doma dolce e “putting through” (prima parte)

Durante un’edizione di Fieracavalli, di qualche anno fa, ebbi il privilegio di chiacchierare con il signor Albert Moyersoen a proposito della “doma dolce”. In un ring poco lontano si svolgeva, infatti, una dimostrazione pratica di uno di questi metodi giuntici da oltreoceano. Questo allievo e amico del grande Maestro Nuno Olivera, mi confidò sorridendo che esisteva un libricino, della metà dell’Ottocento, che già illustrava questi sistemi divulgati come “inediti e innovativi”.

Recentemente, ho avuto la fortuna di imbattermi in questo testo, edito nel 1858, “L’art de dompter les chevaux” e non posso esimermi dal farvene parte. 

Nella prefazione del traduttore F.De Guaita, si racconta che, quando la fama di Salomon Rarey era all’apice, avvenne un deplorevole incidente.

A Londra, durante un’affollatissima lezione , cito testualmente: «(...) uno degli allievi, il signor Leslie, mostrò un libretto scritto nel 1856 dal signor Rarey sull’arte di domare i cavalli selvaggi, e si lamentò molto amaramente che gli avessero fatto pagare duecentocinquanta franchi per un segreto che tutti potevano comprare con 6 pence(...)».

Rarey replicò che: « (...) in verità, aveva fatto stampare un libretto nel quale spiegava il suo metodo, e che in assenza di accordi internazionali, non poteva opporsi alla riproduzione dello scritto.(...)».

Più avanti, il testo riporta anche il caso del famoso cavallo Stafford:« (...) che è ritornato, qualche giorno dopo il trattamento, cattivo come prima, ma nonostante ciò l’efficacia del suo metodo è incostentabile. L’eccezione conferma la regola. Stafford è un cavallo già adulto(...)».

A proposito della natura del cavallo, Rarey sottolinea che: « (...) Fortunatamente per noi, Dio l’ha creato in modo tale che noi possiamo agire su di lui come vogliamo, il cavallo è, a tutti gli effetti uno schiavo sottomesso, perchè ignora la sua schiavitù(...)».

Più avanti, introduce il Metodo Powell per “Avvicinare un giovane cavallo” secondo il libro pubblicato nel 1814, dal titolo “L’arte di addestrare i cavalli selvaggi”.

Segue quindi tutta una serie di consigli per stabilire un contatto in dolcezza e fiducia.
Poi Rarey puntualizza che, con un cavallo vizioso, un po’ selvaggio, in ogni caso “ignorante” come i cavalli che non hanno mai visto l’uomo, è necessaria tutt’altra tecnica.
E precisa:« (...) Per ottenerne l’obbedienza, bisogna farsi temere. Per tutti i cavalli, il nostro motto è: "Facciamoci temere ed amare e il cavallo ci obbedirà". Non possiamo ottenere una sottomissione perfetta se non risvegliamo in lui questi due sentimenti; la paura, poi l’affetto producono la fiducia, per mezzo della quale noi governiamo il cavallo a nostro piacimento, qualunque sia la sua natura.(...) ». 

Non si fa quindi mistero che in fondo: «(...)Entrando nella scuderia, sarà necessario munirsi di una frusta lunga (...) a cui vi attaccate une buona in punta in seta in modo da poter produrre sia schiocco rumoroso sia un vivo dolore(...)».

«(...)Se invece di essere timido, il vostro cavallo è restio, se ha un carattere da mulo, se corica le orecchie quando vi vede avvicinare, se cerca di sgroppare, vuol dire che che non ha per l’uomo quel rispetto timoroso che è necessario perchè voi possiate arrivare velocementea manipolarlo à vostro piacere. Sarà bene, in questo caso di cominciare a dargli qualche buon colpo di frusta sule gambe, vicino al corpo (...).»

E’ indubbio che nel testo in questione si fa, più volte, riferimento ad accarezzare e calmare con la voce il cavallo, ma è il PUNTO DI PARTENZA che non condivido.